TOKYO TRANSIT – Come sono effimere le cose del mondo

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Tokyo transit (66THAND2ND, ottobre 2016) è un romanzo di esordio; l’esordio letterario – riuscito e compiutamente opera – di Fabrizio Patriarca, cofondatore di West Egg Editing & Oltre (il paratesto in questo caso non è accessorio, né ininfluente).

Cosa ottunde certe storie a tal punto da spingere i protagonisti a lasciarsi cadere lucidamente fra le braccia dell’esecrazione? Cosa cazzo gli prende, a certe vite? Quand’è che una Felice Consapevolezza decide per la Nullità? E perché – tra mille appetitose divagazioni su scellerati affreschi di anime ridotte in frantumi, carrellate di vocazioni tragicamente o beffardamente irrisolte, provocanti agiografie dell’umiltà, sanguinosi servizi speciali sulle disgrazie dell’Uomo Comune – abbiamo scelto di seguire gli Indifferenti, quelli che dell’odioso complotto stellare ai danni dell’homo sapiens se ne infischiano?

Già, perché dovrebbero interessarci le sorti di Alberto Roi, “etnicamente un cazzone”, “estasiato amateur” della coca portato a Tokyo da tutte le verità che gli servono (dopo la morte del padre e l’ascesa del cognato, odioso usurpatore); di Thomas Arca, autore del Diario dal Minato-ku convinto che (nel frattempo, mentre tutto ci uccide) si debba attingere all’Artificiale (leggasi cocaina); di un drappello di americani in tour; di Motoko e di suo fratello Yasuiko, rimasti invischiati nell’attentato al gas nervino nella metropolitana di Tokyo, il 20 marzo 1995. Ma poi il motivo conta? Ci lasciamo trascinare nella vita di Alberto (ricostruita a arte da un dosatore con occhio alchemico e orecchio assoluto) e per la capitale del Giappone (considerarla personaggio del romanzo non è così banale quanto sembri).

In nessun’altra città al mondo come nel pantano umanoide di Tokyo la sensazione di occupare un toffo di polvere cosmica scagliato il più lontano possibile dalla detonazione originaria appare una questione così determinante. … A Tokyo … basta il passaggio di una fuoriserie che interrompe lo straziante flusso elettrico dei viventi per risvegliare l’antichissima opzione di inutilità.

Per i giapponesi vale ciò che Kafka scrisse una volta all’amico Max Brod … siamo pensieri nichilistici, pensieri suicidi che affiorano nella mente di dio.

“Ma i giapponesi rispondono alle nevrosi più semplici progettando macchine tremendamente complesse. Da un punto di vista ambientale è un fatto pericolosissimo.” Patriarca fa lo stesso con la lingua italiana (snocciolata, sgranata in tutta la sua ricchezza di debordante cornucopia semantica, nel florilegio di metafore, nella “pacchia” di similitudini, immagini di quadri danzanti e pensanti), e è una pratica altrettanto pericolosa “perché l’attività della tecnologia può lasciare stupefatti, ma la quiete ci atterrisce”. È una bomba trasformata in spettacolo pirotecnico di ultima generazione, quei fuochi d’artificio che si sono innamorati dei colpi di cannone, più delle luci rapisce il botto. D’altronde ci ritroviamo in un romanzo in cui la verità (copia/originale) e la realtà (“solo un altro simbolo”) sono un’ossessione (dei suoi personaggi, “perché è sempre bello tagliare la realtà a fettine”; ossessioni assieme al sole e alle stelle, la coca come voto monastico, Maddalena, la fantascienza, la morte, Rosario Aloisio, il sesso – in ordine sparso) e rincorrerle ci fa fare capriole nel flusso continuo di un perenne presente del pensiero  (“Niente è più crudele della memoria”), filtrato dal soggettivo della percezione nel distorto dei sensi incontrollati (con un narratore che commenta – e tira dentro il lettore – passando dalla prima persona al plurale maiestatis).

Perfino nella prosa costipata e nell’autobiografismo pettegolo degli scribacchini da quattro soldi il romanzo è lì che s’intesta le esequie della narrativa. Epiche esequie. Tragiche esequie. Esequie di stile colloquiale, improntate a un soffuso intimismo. Tutta una fatica immane. Tutta una gran fatica del cazzo. Thomas lo ha sospettato per anni, fino a distillare una convinzione deprimente: il romanzo non è morto, quello che si celebra nel romanzo p il laborioso, estenuato funerale della narrativa. Che più o meno è il funerale della razza umana, perché senza uno straccio di racconto non siamo altro che memoria volatile. Ciò detto, se Thomas fosse un personaggio di un romanzo – un personaggio spiccatamente consapevole – cosa penserebbe degli scrittori contemporanei? Dovrebbe considerarli una stirpe di becchini, o di soprofagi altamente organizzati. Se Thomas fosse il personaggio di un romanzo.

Sono rari i casi di metaletteratura (o “buchi nella quarta parete”) riuscita, forse proprio l’assenza di paura (meglio, la Reticenza – di cui “la letteratura è una forma superiore”) e il delirio (tanto, apparentemente lucido) creano lo straniamento necessario (l’assenza di simbolismo aiuta: siamo a Tokyo, ragazzi!) per dissertare di generi letterari, scrittori mediocri, riflettere sul linguaggio. Perché il romanzo di Patriarca è imperterritamente psichedelico, abitato da un colono-parassita che, sfidando la leggerezza, rischia di fare saltare il sistema. Ma. Non ce la fa.

Il turista è un personaggio invincibile/la sua vocazione è soccombere: lo scrive l’autore ringraziando. “Trasferire una città dentro un romanzo è insieme una rinuncia a quella invincibilità e un tentativo di vaccinazione contro sé stessi”, aggiunge. Il lettore è il turista dei romanzi, vuole perdersi e ritrovarsi, essere Dio e sentirsi tanto forte da affidarsi, farsi condurre fin nel vicolo lurido – dove “la vera violenza è imperturbabile”. Bene: buona lettura, preparatevi per il viaggio (ché la notte piomba su Tokyo “come uno sbocco di febbre”).

patriarca_tokyo_sitoTokyo transit, Fabrizio Patriarca –
66thand2nd, ottobre 2016