Verso l’alto

Guardava avanti Adele

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Vittorio rimase fuori tutta la notte torturando Adele con continui messaggi e telefonate fatti sempre della stessa domanda, che la teneva immobilizzata nella totale incapacità di capire che magari le sarebbe bastato accendere il computer, aprire un dizionario, cercare il suo quaderno del liceo, qualsiasi cosa pur di trovare la soluzione e farlo smettere. Ma ormai era il delirio, pazzia. E passata la notte fu peggio.

Vittorio non rientrò neppure il giorno dopo e, come un efficiente responsabile ufficio stampa, aveva informato con messaggi spediti a pioggia (una grandinata) tutti gli amici, i conoscenti e i colleghi – già divisi tra chi aveva risposto alla domanda d’ingresso e chi no – dell’ignoranza della donna che lo stava deludendo amaramente. Nei gruppi d’invio c’era anche Adele, vittima/complice di un’arancia meccanica tecnologica perché, per paura di perdere il messaggio di rinsavimento di Vittorio, lei se li leggeva tutti gli insulti. Tutti per lei. Inviati anche all’eterna rivale, così intelligente e colta, volitiva, determinata, realizzata, addirittura compassionevole saputo di essere coinvolta in quello strazio inflitto alla “povera Adele”, lei che due anni prima aveva lasciato Vittorio per accettare un lavoro prestigiosissimo all’estero.

Finalmente alle tre del pomeriggio Adele rinvenne. Il cellulare ormai regno altrui, aveva deciso di scrivere a Vittorio un’email dal pc con la risposta che avrebbe saputo subito se fosse stata serena, se lui… Ma si sentiva come il guscio di un uovo alla côque dopo la colazione, perfetta agli occhi e chirurgicamente svuotata dentro – pronta per essere imbalsamata. Passarono altre otto ore e, all’ultimo farneticante messaggio di Vittorio, Adele spense il telefono e la luce, mise a tacere tutte le voci che con pari fastidio gridavano o bisbigliavano, e decise di dormire.

Al suo risveglio Vittorio, il viso di bambino inconsapevole, era seduto sul letto. Accolse Adele con un sorriso e le chiese, limpido ” Mi vuoi bene?” Adele si alzò, andò in bagno; tornata in camera scelse i vestiti, lenta e decisa uscì. Ma non senza guardarlo e rispondergli “Per me non è tutto come prima. Non è possibile”. E lo lascio nella paura gelida di averla persa. Per sempre.

Vittorio pianse. Ricordando tutte le volte che era riuscito a riempire di gioia pura gli occhi puri di Adele, che con il suo spirito aveva reso la sua vita di lupo d’inverno giorni di primavera. Ma ormai era solo e non si poteva neppure nascondere come era sempre accaduto con le altre: difendendosi dagli attacchi di chi aveva ferito, litigando e incolpando per discolparsi.

Vittorio era solo e si accorse del proprio dolore, di quel dolore profondo da cui fuggire. Che non si può affrontare. Lui no.

Vittorio piangeva, seduto sul letto suo e di Adele, che si era trasferita da lui da un mese e che forse se ne era andata per sempre. No, lui lo sapeva: sarebbe tornata. Presto. Per calmare il suo pianto, con il suo amore.

Adele rientrò a casa decisa a lasciare Vittorio, convinta che non esistesse altra scelta. Aveva visto il loro futuro e c’erano soltanto violenza e dolore cronico – inflitto, subìto, patito. C’era solo la morte lenta e inesorabile del loro amore, ucciso da parole feroci e dai pentimenti, a termine quanto inutilmente sinceri. Guardava avanti, mentre camminava. Guardava avanti Adele.

Illustrazione di Valeria Dini

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